Tecniche immaginative nella cura delle ferite dell’anima

a cura di Marisa Martinelli

“Tutta la psiche è un’immagine, tutta la vita psichica è un immaginare”

(C. G. Jung)

Scenario storico

L’obiettivo di questo lavoro è quello di illustrare il ruolo delle immagini e dell’immaginario che, per opera della capacità immaginativa quale caratteristica innata dell’essere umano, contribuisce alla costruzione della rappresentazione interna della realtà di ognuno di noi. La plurispecializzazione in campo psicologico ha comportato numerosi vantaggi ma, a mio parere, si è persa di vista la stretta correlazione tra processi creativi-immaginativi e processi simbolici. Ritengo che l’immaginario simbolico possa essere uno strumento indispensabile per affrontare le difficoltà della vita quotidiana e per modificare i pattern disfunzionali che possono essere causa di sofferenza. “Filosofi e scienziati – da Aristotele a Tommaso d’Aquino, da Agostino agli empiristi inglesi – hanno ribadito fin dall’antichità l’importanza delle immagini prodotte dalla mente: secondo questi studiosi, la conoscenza è costruita a partire dall’esperienza sensoriale attraverso la essenziale mediazione delle immagini che riprendono ed elaborano le tracce dell’esperienza stessa” (Di Nuovo, 1999; p.3) [1]. Lo sviluppo del pensiero mitico offrì una pluralità immensa di spunti di crescita spirituale e culturale.  Attraverso i miti, ad esempio, Platone esponeva in modo esemplare le parti fondamentali del suo pensiero filosofico; non li usava riduttivamente come metafore ma ne esaltava le forti peculiarità simboliche e la conseguente capacità di attivare l’intuizione e l’intelligenza. È proprio il collegamento tra coscienza, memoria e corporeità attraverso le immagini che ha ispirato questo spazio di riflessione dedicato al ruolo delle tecniche immaginative nell’approccio animico-spirituale: uno spazio di conoscenza che predilige il linguaggio creativo dei simboli, delle analogie, delle metafore per conoscere esplorare i sentieri dell’anima e contribuire alla messa in atto del potenziale umano. Un linguaggio di cui la Psicologia si dovrebbe far custode perché parla direttamente alle nostre parti più profonde, al nostro inconscio, veicola significati spesso impliciti alla coscienza. Inoltre, in quanto attori attivi e creativi della nostra realtà, dovremmo imparare a «coltivare» ed esercitare consapevolmente l’innata capacità di immaginare, atta a favorire una profonda trasformazione evolutiva, a creare nuove frontiere per la salute e poter perseguire i nostri scopi più elevati. T. G. Gallino (1987)[2] suggerisce che “le tecniche immaginative in stato di rilassamento selezionate e guidate in modo opportuno dovrebbero essere usate più che come strumento di diagnosi e di cura come strumento per affinare la propria creatività”. Esse hanno il vantaggio di  poter essere applicate facilmente in diversi contesti clinici e di comunità, attraverso la visualizzazione guidata, la creazione di storie, l’uso di fotografie, immagini d’arte, il disegno, per citarne alcuni. Abbiamo a disposizione, infatti, un vasto repertorio di tecniche e strumenti per l’utilizzo consapevole delle immagini e dell’immaginazione, per favorire la risoluzione creativa dei problemi e attivare le risorse creative interne.

“Immaginare significa ‘portare a rappresentazione’, la parola ‘immagine’ deriva dal latino ‘imago’ e sta per ‘fantasia’, anche per ‘inventiva’, ‘pensiero simbolico’ che ha a che fare o riporta alla mente immagini oniriche che strutturano il linguaggio e i sogni” (Martinelli, 2009)[3].

Ai fini dell’elaborato, per fornire qualche suggestione e aiutare il lettore a comprendere meglio l’uso delle immagini e dell’immaginazione si riporta qui di seguito l’incipit di un famoso libro di Italo Calvino:

“In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. […]. Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena: da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine né ai movimenti né ai pensieri. Salii in una scalinata, mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone – certamente anch’essi ospiti di passaggio che m’avevano preceduto per la via foresta – sedevano a cena attorno ad un desco illuminato da candelabri” […].

Il protagonista dopo essersi guardato attorno non vedeva l’ora di “intrecciare una conversazione” e “scambiare con i compagni di viaggio i resoconti delle avventure trascorse”. Ma contrariamente a quanto accade di solito nelle locande, qui nessuno proferiva parola. Tutti si muovevano a gesti. […] “quando feci per sbottare in un’esclamazione di saluto, dalla mia bocca non uscì alcun suono […]; Non mi restava che supporre d’esser muto. […] era chiaro che la traversata del bosco era costata a ciascuno di noi la perdita della favella”. Si narra che, terminata la cena, sulla tavola appena sparecchiata, il castellano posò un mazzo di carte da gioco. Erano tarocchi. I commensali sparsero le carte sul tavolo per osservarle. Nessuno però sembrava voler giocare o usarle per interrogare il destino. “Era qualcos’altro che vedevamo nelle immagini di quei tarocchi, qualcosa che non ci lasciava più staccare gli occhi dalle tessere dorate di quel mosaico. Uno dei commensali tirò a sé le carte sparse, ne prese una e la posò davanti a sé. […] ci parve di capire che con quella carta egli voleva dire “io”, e che s’accingeva a raccontare la sua storia. Uno dei viandanti, inizia il muto racconto presentando la figura del cavaliere di coppe, seguito da altre carte in fila sul tavolo che si accompagnarono a espressioni diverse, talvolta gioiose, talvolta luttuose, questo ci faceva intendere le sorti di altre persone con cui aveva avuto a che fare. Così fecero gli altri commensali, presero delle figure già disposte sul tavolo e le mettevano in fila insieme ad altre che sceglievano nel mazzo per rappresentare le loro storie” (Calvino, 2009)5.

Le immagini parlano più di mille parole

Si tratta dell’inizio del racconto tratto dal libro “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino (2009)[4], in cui l’autore utilizza con mirabile ingegno creativo il potenziale evocativo dei tarocchi.  Le carte costituiscono il perno attorno al quale si snoda l’intero racconto. Egli non riproduce il significato dei tarocchi che conosciamo, bensì si lascia ispirare dall’immagine “innanzi a sé”. In questo caso i tarocchi sarebbero le immagini evocatrici, simboli che permetteranno a tutti, a turno, di comunicare le loro vicissitudini, tessere le trame della loro storia e costruire una narrativa. I compagni di viaggio del protagonista del romanzo di Calvino stremati dalle vicende trascorse, immobilizzati dal destino avverso, avevano persa la loro capacità di simbolizzazione e di espressione verbale.  I personaggi descritti da Italo Calvino stanchi, esausti, si trovavano in uno stato traumatico, “hanno perso la favella”, (sappiamo dalla neurobiologia che lo stress traumatico[5] inibisce l’area di Brocà, l’area del linguaggio autobiografico), ma possono attraverso le immagini dare una forma, cioè rendere rappresentabili, a contenuti che non trovano le parole per manifestarsi.  “La psicoimmaginazione, un nuovo campo di studio che combina l’immaginazione con la visualizzazione creativa e l’espressione artistica può aprire nuove frontiere della salute. Questa scienza sinergica intreccia antiche tradizioni con le scoperte moderne, aiutandoci a comprendere la sofferenza, risolverla o lenirla, per attingere alle infinite risorse del nostro essere fisico, psichico e spirituale che scaturiscono dal nostro Sè profondo.” Le immagini possono stimolare la nostra facoltà di immaginazione in modi sorprendenti. Esse espandono la visione di noi stessi e del mondo, coinvolgendo tutti i sensi e creando una connessione profonda con la natura. La mia esperienza pluridecennale nel campo della psicologia ha portato al consolidamento dell’idea che questa funzione sia essenziale per creare un dialogo con l’invisibile, aprendo un varco verso l’inconscio, operando in sinergia con la saggezza del nostro organismo e permettendo di trovare le parole in grado di veicolare l’interazione con l’altro. In tal modo, possiamo arricchire e chiarire la nostra esperienza interiore. 

“Là dove le parole incontrano ostacoli, le immagini aprono a nuove visioni”

Nel contesto psicocreativo, l’uso delle immagini richiede che il conduttore agisca come l’oste nel romanzo di Calvino, offrendo uno stimolo immaginativo. Questo “motivo”, o simbolo, guida la mente della persona alla scoperta delle proprie immagini interne. In questo modo si va a sollecitare la mente a produrre immagini, lasciare libera la fantasia affinché si sviluppino delle scene che si presenteranno in svariati modi, ora si dissolvono, ora si ricompongono per creare storie cariche di significati. Lo psicologo ‘immaginale’ non interpreta, né propone in modo direttivo alcun tipo di suggestione diretta, il suo compito è quello di facilitare la produzione di immagini simboliche, accompagnare in modo empatico la persona rispettando il suo ritmo. A momento si fa osservatore partecipe orchestrando le narrazioni che scaturiscono dalla visione interiore, in altri interviene per aiutare la persona ad esplorare il mondo interno, in altri momenti rimane in silenzio o talvolta rispecchia quello che appare. Se si presenta qualche difficoltà può semplicemente suggerire un cambio di prospettiva, con domande aperte del tipo “che tempo fa?”, “cosa vedi davanti a te?”, “hai voglia di fare qualcosa lì?”, per orientare la persona a vedere con gli occhi della mente e del corpo insieme, aiutandola a focalizzarsi sulle sensazioni corporee, sulle percezioni sensoriali, osservando i movimenti e le azioni simboliche in completo stato catatimico. “Lo stile di accompagnamento”, rispettoso e curioso, tipico della tecnica VIC, invita la persona a rivolgere l’attenzione verso l’interno, per entrare nel proprio teatro interiore: valorizzare la coscienza onirica serve a rafforzare la consapevolezza che, dentro di noi, abita una saggezza antica che può guidare le nostre scelte.

L’immagine svela e rivela ciò che spesso è nascosto e sconosciuto

L’immaginario simbolico permette di andare oltre la parola e, combinato con il disegno, consente di raffigurare e dar forma a impulsi, rivelare drammi sommersi, talenti inibiti o inespressi e recuperare le potenzialità sopite.  In accordo con Rigo, si afferma che “l’immagine mentale non sia una particolare metodo di psicoterapia, ma un processo mentale, cioè un concatenamento di immagini fortemente vissute a tutti i livelli psicosensoriali” (Rigo, 2019)[6]. Si differenzia da un esercizio di visualizzazione, che coinvolge soltanto la sfera cognitiva, e anche dalla mental imagery di esposizione a scene reali per affrontare delle paure, rielaborare ricordi, o dall’allenamento visuo-percettivo-motorio per migliorare una performance sportiva. L’arte di lavorare con le immagini è frutto di apprendimenti e contaminazioni cercate e volute per far confluire la creatività verso il mondo immaginale della persona, sostenerla a ritrovare la sua mappa interna, riconoscere le risorse per percorrere il viaggio, spesso verso qualcosa di sconosciuto.Combinando il VIC (Leuner, 1954)[7] basato sull’immaginario simbolico, con altri strumenti artistici (fotografie, collage, poesie, quadri), suggerendo visite a mostre, ascolto di brani musicali, lettura di fiabe, il linguaggio non-verbale offre fili e tessuti per favorire il processo di espansione del potenziale umano. Il linguaggio delle immagini sostiene il pensiero riflessivo e consente la trasposizione simbolica dell’esperienza e degli stati affettivi come si vedrà nel caso esemplificativo illustrato qui di seguito:

“Carla, una donna di 41 anni, si è rivolta a me a causa di episodi depressivi alternati a sintomi di disforia che interferiscono con le sue relazioni e il lavoro, tanto da richiedere alcuni ricoveri. Attualmente è in cura farmacologica e ha già seguito altre psicoterapie senza ottenere gli esiti sperati. Dalla sua storia emergono esperienze traumatiche in famiglia, tra cui abuso e trascuratezza, che ha tenuto dentro di sé fino a circa vent’anni, quando si è manifestata la sua prima crisi depressiva. Carla presenta una scarsa capacità di gestire gli stati emotivi, una perdita di energia e di iniziativa, che influiscono sul suo senso di inadeguatezza. Durante il percorso terapeutico, proprio quando Carla riprende il lavoro come insegnante, che le causa notevole stress, inizio a introdurre la tecnica VIC nel percorso di cura. Le offro come ‘motivo simbolico’ l’immagine di “Un fiore che ha tutto ciò di cui ha bisogno” per esplorare a livello immaginario la sua relazione con sé stessa, e per favorire a livello simbolico una ristrutturazione con questo stimolo immaginativo.

Sessione Immaginativa:

Dopo il rilassamento Carla visualizza: “… un fiore con i petali rivolti verso l’alto, … stare lì sotto in quella posizione a vedere quel fiore lì mi viene mal di testa. (…) Sembra disegnato da un bambino, è l’unico così con i petali verso l’alto, (…) sotto scorre un ruscello, e ci sono altri fiori diversi”. Nell’immaginazione, invito Carla a toccare i fiori, e lei dice che vuole toccare anche l’acqua. “L’acqua è fredda e ha portato il freddo in tutto il corpo”. È estate. Il fiore grande soffre maggiormente per la presenza del sole intenso. “Fa molto caldo”. Le chiedo “di che cosa avrebbe bisogno quel fiore?”. Carla risponde: “Avrebbe bisogno di ombra”. Il fiore grande proietta un po’ di ombra ma è troppo poca. Poi compare un’ape operosa che vola. Alla mia domanda su cosa ha voglia di fare, risponde: “Vorrei disegnare con qualcuno che mi insegni”. Nella scena finale, vede “l’ape, che, si posa al centro del fiore, il fiore chiude i petali avvolgendola”.

Durante il dialogo post-immaginazione riporta questa riflessione. Con un accenno di sorriso, Carla dice: “Ho messo da parte la parte di me che stava male”.

Dual Focus[8] e Immaginazione:

 Nella scena immaginata, appare un fiore ha bisogno di essere protetto dal forte calore del sole. Nel disegno, il fiore prende la forma di un ombrello rovesciato, immagine molto significativa per la valenza auto-rappresentativa del suo sé fragile, e l’espressione metaforica del ribaltamento di ruoli genitoriali vissuto nell’infanzia. Carla può prendere atto di questa realtà vissuta all’interno di sé stessa, riconoscendo il suo bisogno di protezione ed esplicitandolo nello spazio immaginale. Non solo, nella parte inferiore del foglio si sviluppa anche un’altra scena: un ruscello attraversa un prato verde, punteggiato da tanti fiorellini con colori diversi. In questo ambiente sereno c’è anche un’ape operosa.

L’immaginazione consente di condensare in un unico spazio sia l’esperienza traumatica che le forze vitali. Queste parti favoriscono rilassamento e distensione corporea, permettendo all’attenzione di concentrarsi sulle sensazioni positive. Carla può così sintonizzarsi con i suoi bisogni di bambina fragile e delicata. Sostenuta dalla condivisione partecipata della terapeuta può così fare un’esperienza riparativa di sano attaccamento. La possibilità di dare forma e mentalizzare, attraverso l’azione concreta del disegno, quanto emerso durante l’immaginazione permette a Carla di entrare in contatto con sensazioni e sentimenti positivi nonostante la pesantezza del suo stato d’animo malinconico. In un’altra sessione con il VIC, Carla immagina di entrare in un bosco. Qui incontra un animale, un’aquila, che a suo dire rappresenta il suo coraggio e la capacità di cambiare prospettiva. L’immagine dell’animale le offre un simbolo tangibile di forza interiore che può richiamare nei momenti di difficoltà.

Riflessioni finali:

Attraverso l’uso combinato del VIC e degli altri strumenti artistici Carla inizia a sperimentare un miglioramento nel suo stato emotivo. Il linguaggio non verbale e simbolico le offre nuovi modi di esprimere e comprendere le sue emozioni, aumentando la fiducia nel suo percorso di guarigione. Il processo di espansione del potenziale umano è facilitato dal contatto con il suo mondo interiore e dalla possibilità di trasporre simbolicamente le sue esperienze e stati affettivi.

Conclusioni

Immaginare significa entrare nello “spazio vuoto” della mente nel quale le immagini possono liberamente apparire, mostrarsi, venire alla luce per essere rappresentate in scene, personaggi, azioni, proprio come nel teatro greco. L’arte, in quanto creazione infinita di immagini, fornisce l’architettura simbolica della mente: altrettanto le azioni e reazioni simboliche, i movimenti, i conflitti e i drammi, che si esteriorizzano nel gesto pittorico. Gesti semplici, ma intensamente profondi, perché i simboli condensano le intenzioni implicite. Le immagini, quale strumento alla scoperta di sé, con la presenza sintonizzata di un “compagno” fedele di viaggio è uno dei principali elementi alchemici di cambiamento all’interno di una tecnica immaginativa – trasformativa. Il rispecchiamento e le esperienze di comprensione empatica permettono di dare sollievo alle difficoltà, accedere a stati affettivi positivi e la possibilità di apprendere nuovi modi di essere che possono essere poi trasportati nella realtà quotidiana.

Informazioni sull’autrice:

Lavora come Psicologa Psicoterapeuta, a Montegrotto T. (PD); Docente e Presidente del Centro Studi Int.le VIC-Italia (Vissuto Immaginativo Catatimico). Esperta in Tecniche di rilassamento, Terapeuta EMDR Practitioner, Formazione II Livello del Training in Psicoterapia Sensomotoria presso SPI (Colorado, U.S.A.). Co-fondatrice Associazione Psica.

 www.marisamartinelli.it

Bibliografia

Autori Vari Resilienza e Autocura. Un approccio orientato alle risorse. YouCanPrint, 2023

Calvino, I. (2009). Il castello dei destini incrociati. Oscar Mondadori, Milano.

Di Nuovo, S. (1999). Mente e immaginazione. La progettualità creativa in educazione e terapia. Franco Angeli.

Gallino, T. G. (1987). Il fascino dell’immaginario. L’arte di parlare con le fiabe all’inconscio. Società editrice internazionale, Torino.

Martinelli, M. (2009). La psicoterapia con il Vissuto Immaginativo Catatimico. Edizioni Librerie Progetto, Padova.

Poli, E. F. (2020). Ricucire l’Anima. Un percorso di autoterapia in sette storie. Mondadori, Milano.

Repin, I. (Artista). (1879). Bridge in Abramtsevo [Olio su tela]. Private Collection.

Rigo, L. (2019). L’Imagerie mentale: aspetti psicoterapici, antropologici, pedagogici. Rivista di Psicoterapia Immaginativa – ITP – GITIM.

Van Der Kolk, B. (2020). Corpo accusa il colpo: Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore.


[1] Di Nuovo, S. (1999). Mente e immaginazione. La progettualità creativa in educazione e terapia. Franco Angeli.

[2] Gallino, T. G. (1987). Il fascino dell’immaginario. L’arte di parlare con le fiabe all’inconscio. Società editrice internazionale, Torino.

[3] Martinelli, M. (2009). La psicoterapia con il Vissuto Immaginativo Catatimico. Edizioni Librerie Progetto, Padova.

[4] Calvino, I. (2009). Il castello dei destini incrociati. Oscar Mondadori, Milano.

[5] Van Der Kolk, B. (2020). Corpo accusa il colpo: Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore.

[6] Rigo, L. (2019). L’imagerie mentale: aspetti psicoterapici, antropologici, pedagogici. Rivista di Psicoterapia Immaginativa – ITP – GITIM.

[7] VIC, Acronimo di Vissuto Immaginativo Catatimico, Metodo psicoterapeutico inventato dal Leuner (1954)

[8] “(…) cosiddetto dual focus, ovvero un approccio che consente di guardare, contemporaneamente, sia ai motivi del problema sia alle soluzioni; un approccio che aiuta a sviluppare connessioni emotive e nervose che supportano il cambiamento.”

Autori Vari, Resilienza e Autocura- Un approccio integrato orientato alle risorse. Roma, Youcanprint, 2023, p.17

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